Che male del mar'
C’è un dolore dolce, sottile, che prende chi ha vissuto il mare in silenzio, fuori stagione, quando la spiaggia è vuota e il vento ti parla.
È il male del mar.
Non è nostalgia. Non è tristezza. È un’assenza che respira, un richiamo che arriva da lontano, come il suono delle onde quando chiudi gli occhi.
È una forma di mancanza luminosa, che non fa male al cuore… ma lo allarga.
Chi conosce il mare d’inverno lo sa: c’è qualcosa di spirituale in quelle passeggiate senza meta, quando l’unico orizzonte sei tu e l’acqua. Le bolle di spuma che danzano leggere, il volo di un gabbiano solitario, l’odore salmastro che entra nei pensieri e li purifica.
Il male del mar arriva sempre quando te ne vai. Quando ti allontani e ti porti dietro la sabbia nelle scarpe, il sale sulla pelle, i colori che nessuna foto sa restituire.
È la sensazione che qualcosa sia rimasto lì, sul bagnasciuga.
Una parte di te.
Forse è questo il senso del mare: non solo un luogo da vivere, ma un legame da sentire anche da lontano.
E ogni volta che torni, lui è lì — immenso, fedele, indifferente e accogliente. Come un amore che non fa rumore, ma non passa mai.

